#7/3 – Luigi FONTANELLA

LA VEGLIA DELL’ULTIMO SOLDATO

Fu misurato alla luce il suo tempo;
ma il regno della notte è senza tempo
e senza spazio.

Novalis

cade la pioggia
lapidi lasciate vuote
grigio soffice degli aliti
a guardare in alto i ricordi inverecondi
vedi come strisciano lungo le pareti

letti sfatti pieghe giallastre
tende convesse lasciate a se stesse
riflesse sullo specchio dell’armadio
stasera qualcuno dovrà pur avvicinarsi al piano
che di sopra suona indisturbato

finestra di stelle aperta
all’orizzonte nero dello sguardo
quale spazio quale canto rarefatto
vaga nell’immensità del cuor mio

scroscia la pioggia baci gocce
valanghe di fiori sul tuo viso
o amata amante
se mai ti vedrò apparire
si fermerà la giostra il minuto
l’istante

i tuoi capelli fili d’erba
intrecciati su cui serpeggiano
i notturno ragi lunari e l’argento
del fiume che scivola lento
violento
e buca le mie mani

stamattina la piccola contrada s’apre
a canti e fiori selvatici
come il solitario paseggiatore di Fraüenfeld
me ne andrò a spasso
fermandomi a ogni portone
a ogni botteguccia
a ogni squarcio di mondo cortile
mentre il sole è
una margherita gentile

è festa è festa nella piazza bianca tersa
festoni parole da un canto all’altro
si rinnova il bagno di luce e rumori
il bagno di luce e di rumori si rinnova

obliquo scende il raggio meridiano
nella stanza assonnata
nell’altra chi ha dimenticato quel divano rosso cupo?
E le sedie? E quel pianoforte aperto?
Tristano è partito
tubano i due pappagallini ignari
la luce resta diagonale e tutto posa

due farfalle inseguono
i fiocchi di neve nel cortile
impazzite di freddo e di gioia
l’una all’altra vicine
sbatte dimentica una finestra
mentre il sangue scorre allegro
dalle mie ginocchia di ragazzo

partiranno tra non molto i miei ospiti blasonati
hanno rallegrato le mie ultime ore
spariranno così come d’un tratto
arrivarono ed io dissipatore distinto
rientrerò nel mio dipinto

in cantina intanto l’atro concerto
s’adagia nel brillio metallico
degli strumenti campestri
ammassati in un angolo
a sé lasciati gli uni agli altri

a passi felpati giungerà tra poco l’alba
il cielo purissimo cupo riazzurra
cancellerà ogni demenza
una vetrata di colpo s’alluma
e chiede venia l’acqua
della sua esistenza

l’acqua che precipita
ruzzola capitombola sballotta
sbanda rotola danza ritorna
sui sassi sbatacchia sballa
mulinella pisteggia sbuca
riciarla sdrucciola e
lieve
lieve
svana

muore infine la notte
imbuto rovesciato di stelle
copre una volta di più
i miei segni di sabbia
e il Niente che mi fa Tutto
a questo mondo

St. Jean de Valériscle, luglio 1999

[da L’azzurra memoria, Bergamo, Moretti&Vitali, 2007]

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