#31 – Raymond CARVER

LIMITI

Era tutto il giorno che sparavamo alle anatre
da un capanno in cima
alla scogliera. Avevamo martellato uno stormo
dopo l’altro, fino a quando le canne dei fucili
scottavano a toccarle. Le anatre riempivano
l’aria fredda e grigia. Eppure non ne avevamo ancora
abbattute quante ce ne permetteva il limite.
Col vento che disperdeva i pallini
da ogni parte. Era già pomeriggio avanzato
e ne avevamo solo quattro. Ne mancavano due
per raggiungere il limite. La sete ci ha trascinati
via dalla scogliera e lungo una strada sterrata
lungo il fiume.

Fino a una fattoria sinistra
circondata da campi d’orzo morti,
dove, quand’era ormai quasi sera,
un uomo con pezzi di pelle
scorticata sulle mani ci ha lasciato attingere
acqua da un secchio sotto la veranda.
Poi ci ha chiesto se volevamo vedere
una cosa – un’oca delle nevi che teneva
viva in un barile accanto
alla stalla. Il barile era chiuso con una
retina di fil di ferro e all’interno
era attrezzato come una cella. Aveva spezzato
un’ala dell’uccello con un tiro lungo, disse,
e poi l’aveva inseguito fino
a chiuderlo in quel barile.
Aveva avuto una grande idea!
Avrebbe usato quell’oca come richiamo.

Col tempo si era rivelata
la cosa più strana che avesse mai visto.
Gli portava le altre anatre
fin sopra la testa.
Così vicine che si potevano quasi toccare
prima di ammazzarle.
A quel tizio, le anatre non mancavano mai.
E per questo la sua oca riceveva
tutto il granturco e l’orzo
che voleva, più un barile
dove vivere e scacazzare.

La fissai a lungo e quella,
senza muoversi, fissava me.
Solo dagli occhi si capiva
che era viva. Poi ce ne andammo,
io e il mio amico. Con ancora
tanta voglia di ammazzare qualsiasi cosa
si muovesse, qualsiasi cosa ci venisse
a tiro. Non me lo ricordo mica
se prendemmo qualche altra cosa
quel giorno. Mi sa di no.
Comunque, non importa. Ma per anni
e anni, in seguito, quando vivevo
nutrendomi d’amarezza, non ho più
scordato quell’oca.
La consideravo diversa da tutte le altre,
vive o morte. M’aveva fatto capire
che ci si abitua a tutto
e non ci si ferma davanti a niente.
Rendermi conto che tradimento è solo un’altra
parola per dire perdita, per dire fame.

[da Blu oltremare. Poesie (1986), trad. di R. Duranti, Roma: Minimum fax, 2003, p. 71]

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