#32 – Lucianna ARGENTINO

L’hanno sorpresa a rubare la giovane donna
dell’est: una crema e due bagnoschiuma …
E lui ruba a se stesso quel tanto di pietà rimasta che disapprova sì, ma pure
abbraccia l’altrui debolezza, come la propria. Brava!, la redarguisce, Vi piace
l’Italia vero? Venite
qui a fare i furbi. Questa non è fame. Che
non sia fame è chiaro, ma a vent’anni o poco più il superfluo è necessario come il
pane, specie se quello che guadagni è sufficiente appena per sopravvivere. La ragazza
piange piano, ma quando lui minaccia di chiamare i carabinieri, scoppia in singhiozzi.
Vorrei, ma non posso, dirgli che pago io per lei, basta che la smetta di tormentarla.
Ed è un sollievo quando, finalmente, la lascia andare invitandola a non farsi più vedere.

***

Franca mi confida che il figlio ha dei
problemi. E’ timido, chiarisce e
candidamente aggiunge, ma mica c’è nato
sai, c’è diventato, a voler dire che lei l’ha  fatto sano  e poi chissà  cosa l’ha
guastato.
Ma forse è il nascere a guastarci, quel
giungere  – da dove? – quell’essere in fieri,
che fa di noi dei diventati.

***

Puzza di urina e di sgomento la donna, una  senza dimora e senza sguardo sotto il
sudicio  cappotto color cammello, un tutt’uno la voce  e le mani: sono appena uscita
dall’ospedale, sette donne mi entrano nel cervello e i
dottori non sono riusciti a trovarle. E la  gente dietro impaziente ci muoviamo lì!
umanità in perdita, in patimento.
Ho i soldi in tasca prendili tu a me tremano
le mani. Rovisto nella tasca lurida e umida
ma trovo solo briciole e un fazzoletto  bagnato e intorno il disagio, l’imbarazzo mi
si trasformano dentro in pena indignata per noi accuditi e lascio che vada via senza
pagare assediata dalle sette donne che le  tagliuzzano i sogni e la vita.

***

Si campa, rispondeva prima che decidesse
di smettere, prima che cercasse scampo
altrove, che l’ultima zolla franasse e fosse
il vuoto, fosse la caduta…
Tutta la vita ho lasciato oltre il davanzale
che bastano i muscoli e le ossa per
raggiungere l’asfalto e poi da lì chissà
magari risalire dare un’altra occhiata alla
casa al figlio e finalmente capirne qualcosa
di quel figlio disgraziato disgraziato io che
l’ho messo al mondo e non ce l’ho saputo
abituare ma vedi ormai non ci so stare più
nemmeno io e poi voltandomi potrei vedere
lei lei che era andata avanti che il cuore
più non le reggeva per lo strazio di quel
figlio cresciuto senza vita che nemmeno la
morte l’ha voluto quella volta. A me il
cuore tiene ancora soltanto la mano trema
da tempo da tempo sono caduti i denti e il
bottone dei pantaloni è saltato ma sotto
questa camicia sudicia il cuore va sta saldo
e solo, solo lui è rimasto e solo lui devo
fermare adesso che tutto il resto è fermo è
perso…

***

Perché è nato così? chiede la bambina alla
nonna vedendo un giovane mendicante
storpio accovacciato vicino all’uscita.
Già, perché sono nata così mi chiedo io che
da tempo tento di rispondere a cosa sia la
vita, a cosa significhi amarla, che provo a
farne un grazie stordito ma vivo, a farmi
sponda accogliente e verso sorrisi per sfidare
occhi anchilosati, per lastricare fisionomie
impervie… Le due si allontanano,
attraversano il parcheggio tenendosi per
mano e portando via la risposta che non ho
sentito. Come qualcuno porta con sé il
vagito della nascita senza sapere mai quale
parola in esso si nasconde o ne sia l’eco. O
se sia il sì alla chiamata della vita, quel
sollecito al difficile compito di morire
migliori di come si è nati.

Le stanze inquiete – La Scrittura Meridiana

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