#47 – John BERRYMAN

‘If long enough I sit here, she, she’ll pass.’ 
This fatuous, and suffering-inversion,
And Donne-mimetic, O and true assertion
Tolls through my hypnagogic mind; alas
I hang upon this threshold of plate-glass,
Dry and dull eyes, in the same weird excursion
As from myself our love-months are, some Persian
Or Aztec supersession – the land mass
Extruded first from the archaic sea,
Whereon a desiccation, and species died
Except the one somehow learnt to breathe air:
Unless my lungs adapt me to despair,
I’ll nod off into the increasing, wide,
Marvellous sleep my hope lets herald me. 
 

«Se qui seduto duri ad aspettare lei, lei 
passerà». Questa fatua asserzione, che tollera
smentita, imita Donne ed è, oh, vera,
rintocca nella mia ipnagogica mente; ahimè 
resto sospeso su questa soglia specchiante, spente
e asciutte le pupille, nella stessa strana digressione
da me che sono i nostri mesi d’amore, inframettenza
persiana o azteca – la massa della terra
dal mare arcaico estrusa, al suo essiccarsi
morirono le specie eccetto quella che a respirare
in qualche modo imparò: a meno che i polmoni
non mi rendano adatto a disperare,
scivolerò dentro un crescente sonno
smisurato stupendo che la speranza mi annuncia. 

[da Sonetti, a cura di Gianfranco Palmery, Roma: Il Labirinto, 2001, pp.18-19] 

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