#47/2 – John BERRYMAN

It will seem strange, no more this range on range 
Of opening hopes and happenings. Strange to be 
One’s name no longer. Not caught up, not free. 
Strange, not to wish one’s wishes onward. Strange, 
The looseness, slopping, time and space estrange. 
Strangest, and sad as a blind child, not to see 
Ever you, never to hear you, endlessly 
Neither you there, nor coming… Heavy change! 

An instant there is, Sophoclean, true, 
When Oedipus must understand: his head – 
When Oedipus believes! – tilts like a wave, 
And will not break, only ἰoύ ἰoύ 
Wells from his dreadful mouth, the love he led: 
Prolong to Procyon this. This begins my grave. 

Sarà strano, non più questa infinita sfilata 
di aperte speranze, di esperienze. Strano non essere
più il proprio nome. Né legato né libero. 
Non volere in avanti i propri desideri. Strano, 
sfrenatezze, effusioni, tempo e spazio via, lontano. 
Stranissimo, e triste come un bimbo cieco, non vederti 
mai, mai ascoltarti, interminabilmente 
non qui, né che stai arrivando… Duro cambiamento! 

C’è, sofocleo, vero, un momento 
quando Edipo deve capire: la sua testa – 
quando Edipo crede! – ricade come un’onda 
e non si spezzerà, ἰoύ ἰoύ soltanto 
erompe dalla sua bocca terribile, l’amore che ha vissuto: 
prolungalo a Procione. Qui s’apre la mia tomba. 

[da Sonetti, a cura di Gianfranco Palmery, Roma: Il Labirinto, 2001, pp.24-25] 

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