#60 – Andrea ZANZOTTO

Retorica su: lo sbandamento, il principio “resistenza” (da La beltà)

I

Ma che cosa è questo momento, cielo
di azzurro senza danno mai danno
o di paziente fumo.
E affilare e affiorare:
indenni come cospirò tutto a farli.
Io non vedo nulla e recito senza sforzo
o con sforzo una vita.
Noi non sappiamo: solo un cielo-celeste
e una terra dirotta ma celeste alla fine sugli orli.
Salire, fumo, salire globo a globo nel sommo;
cantare, cicala-ruscello, pendere, fico.
Röslein rot, rosellina tra le spine
spinami eccomi qui.
Alt visita annullata fuoricampo
non è tedesco né italiano, siamo tutti tra i minori
come l’erba è minore, come la rugiada.
L’uomo avviene e viene
tu salti oltre la strada e l’affossamento
oltre il vallo ed il fumo.
Rapido salti
ma t’ho veduto.
«Vedere».

II

Piccolissimo.
E quanti insetti e forse il bru-bruciore
dove ci si divezza per sempre.
E il sangue è sempre tanto, tanto! Il vero eccesso.
E anche l’arma che arma è presto terragna
è ruggine e da tanto
i suoi
i congegni
penso e non realizzo.
E volare «volare»: è ciò che non divaga
che apre all’altissimo
volare è un insetto, issimo, ed è – credo – santo.
Lo credo. Da qui. Ma qui dalla terra
scavalcato aretrato indietro indietro lasciato
sempre ipotesi allures canovacci
reggo, sempre, e «fantasie di colline».
Recito l’asma-vita: la poesia del ruscelletto
la grammatica l’universale
mais le fragole, oltre il fumo della cremazione
la paura il punto disseccato. Il non protetto
il non detto.

III

Orientarsi poco, in tutto. Essere in disordine
essere per forza morti e spesso
dichiaratamente
retorici e sciocchi o miseramente
vicini vicini all’orientamento.
Oh retorico amore
opera-fascino.
Non saltare e saltare al di là di questo cerchio
non promuoversi e promuoversi oltre.
Ardeva il fascino e la realtà
conversando convergendo
horeb ardevi tutto d’arbusti
tutto arbusto horeb il mondo ardeva.
E aveva una sola parola
(non è vero, no,
questa espressione è la punta di diamante
del retorizzamento, lo scolice della
sacramentale contraddizione,
ma vedi come ne sono…)
male ascoltata
bene ascoltata
una sola parola che diceva
e diceva il dire
e diceva il che. E. Congiungere. Con.
Torna, dove sei?
Torna: nel seno della cremazione
dai fieni cremati
torna io-noi, Hölderlin,
dipana il semplice sempre più semplice,
corri corri arrivano;
battaglione lepre, brigata-coniglio,
all’assalto: è il tempo
dell’opus maxime oratorium.
Una riga tremante Hölderlin fammi scrivere.
Sì? Nel fascino tutto conversa converge?

IV

E ho mangiato anche quel giorno
– dopo il sangue –
e mangio tutti i giorni
– dopo l’insegnamento –
una zuppa gustosa, fagioli.
Posso farlo e devo.
Tutti possono e devono.
Bello. Fagiolo. Fiore.

V

Scorci di Lorna, beni profondi.
Bene è la sera dove rintracciai
un color viola. Una cosa-sorte. Nascondi
bene, nuvola, bene, terra che non ti ritrai.

E delicato è il mio gesto nel mostrare
sé alla sera, nel dirimere fronde.
Messo t’ho innanzi, ora snella t’appare
la figura, scatta si confonde.

«Dormo»? Ma che è questo somatico, mentale
attimo. Che coagulo o vetta?
Che va emergendo, oro valore sale;
che sapore mi serra nella sua selva stretta

liofilizzata e sempre-nidi aromi
dendriti morti e risorti e tremendi
nel salvare nel resistere, pomi
larvali larvali incendi

e farsi dell’energia, del campo
tutto frugifero, dell’ingegno in gemma;
versato il tuorlo gettato lo stampo
testo ave ad ave avanzante, lemma a lemma:

e giorgioni al lavoro per entro tempeste
e molti hitler e molti altri inghippi
e zuppi i pennelli di inillustrabile e teste
sceltissime, filosofanti, e frottole e scippi

magnifici di p-poeti. Bosco rumore di fondo
rumore puro sai tutto, mi vinse
per sempre mi vinse invivandomi il tuo girotondo.
Scorci di Lorna, bene in cui si strinse
per l’ultimo sguardo l’ultima virtù.

VI

Quelle sarebbero state le parole finali
ma… Ancora il fascino?
Il fascino e il principio. E voi che veramente
precipitavate rotolavate fuori, giù dall’agosto.
Ma… La staffetta valica le forre e gl’incendi
le rovine che vorrebbero prendere forma di rovine
i mosaici laggiù i piumaggi,
fortemente storicizzato
nel senso della microstoria
è questo suo affannarsi e retorico e fuori tempo massimo.
Va’ corri. Spera una zuppa di fagioli
spera arrivare possedere entrare
nel templum-tempus.
Contemplare. Tempo ottimo e massimo.
E tutto questo fu veduto
come strisciando sull’erba, da terra
o da terra a terra o brevissimo
terra-aria aria-terra zoom

L’azione sbanda si riprende
sbanda glissa e

Andrea Zanzotto, Poesie 1938-1972, Mondadori, 1973.

 

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