#83 – Elizabeth BARRETT BROWNING

La solitudine in una terra straniera è splendida. 
Esistere, come se non si fosse mai stati;
e quando si esiste, farlo perché lo si è scelto.
Saltare, non solo perché è il terreno a spingerti
in avanti, come le cavallette ad Atene; e farlo
per tre volte, prima che una donna possa
tenderti un agguato e farti un sortilegio
nei capelli. Qui tu appartieni a te stesso, possiedi
un mondo nuovo e vivo, con nuova gente, nuovo
sole e nuova luna, nuovi fiori… Ah! E non sei
posseduta da nessuno! Nessuno ha diritto di
chiamarti per nome, di chiederti dove vai, che
pensi del libro del signor Tal dei Tali, delle nozze
dell’uno o del decesso dell’altro; o come va il tuo
mal di testa della scorsa settimana, e come mai
sei ancora pallida, se ti è passato… La maggior
parte di tali privilegi, benefici e liberatori, si ha
quando è ormai prossima la morte: qui invece
si è come disincarnati anche da vivi, e senza
alcun dolore. Mi meraviglio che la gente preferisca
restare immobile come i fachiri, nell’attesa che
il muschio la ricopra, per poi esclamare “Ah, come
sono verdeggiante e virtuosa!”. Bene, qui dunque
io sono allegra, meglio, potrei esserlo se diventassi
straniera anche a me stessa, come lo sono per gli altri.

[da Aurora Leigh. Romanzo in versi, trad. di Bruna Dell’Agnese, Firenze: Le Lettere, 2002, pp. 224-225] 

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