#96 – Lucia TOSI

threnòs

si diceva di gente sana che tenga i piedi per terra
che scriva, se ne è capace, se ha qualcosa da dire,
ma che non pensi la vita come tutta nelle parole
scritte, ché, come la metti, sempre finzione è
e non è vita. questa scorre, e non sempre ci esalta:
anzi, a dire il vero, a pensarci è piatta come una pianura,
assolata o piovosa, son dettagli: sul fondo la certezza della noia.
tornando, il bus gareggiava sul ponte con un treno che, uscito di stazione,
– ed era di sicuro il tuo, le undici o giù di lì – andava lento e pareva
lasciasse vincere le ruote in un’illusione di gara. ora un soprassalto
lo spingeva avanti, e le teste scomparivano alla vista, ora un improvviso
rallentamento mi rimetteva sotto gli occhi il ragazzo e la giovane
con le dita e le braccia intrecciate sopra il tavolino: una volta, due volte,
tre! ecco la vita e i piedi per terra: lui che la trae a sé e la bacia ridendo,
e ancora e ancora. dietro il treno e dietro le mie spalle
stavi tu laguna, e tu luna invisibile. io a sognarvi entrambe,
senza vedervi in figura, con i bastioni dei cavalcavia
in ipnosi alcolica dentro gli occhi, ho pensato: ecco, il solito
scacco, la vita è qui e quando la vedo pulsare mi ammalo di parole,
la penso da subito in parole. opera aperta, in fieri, non so.
era poco fa.

[inedito (2013) su La dimora del tempo sospeso, pagina a cura di Natàlia Castaldi]

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