#21/3 – Philip LARKIN

L’EDIFICIO

La cima lucente, più alta di uno splendido hotel,
si staglia per miglia e miglia, ma guarda,
tutt’attorno salgono e scendono strette nervature di strade
come un profondo sospiro del secolo scorso.
I portieri sono sporchi e trasandati; nessuno
s’accosta all’ingresso in taxi; e nella hall,
insieme ai rampicanti, indugia un terribile fetore.

Ci sono dei tascabili e tè da un tanto alla tazza,
come in una sala d’aspetto all’aeroporto, ma quelli che,
mansueti, stanno su sedie di ferro in fila sfogliando
riviste consunte non hanno fatto granché strada.
Sembra piuttosto un autobus: abiti da passeggio,
sporte della spesa riempite a metà e facce inquiete
e rassegnate, anche se ogni tanto arriva una specie d’infermiera


e porta via qualcuno: gli altri restituiscono la tazza
al suo piattino, tossiscono o danno un’occhiata
sotto i sedili cercando biglietti o guanti. Persone,
intrappolate su un terreno curiosamente neutro, case e nomi
nel vuoto all’improvviso; alcuni sono giovani,
altri vecchi, ma i più di quella età indistinta che dichiara
la fine delle scelte, il termine della speranza; e tutti

qui a confessare che qualcosa è andato storto.
E deve essere un errore ben grave
perché vedi come è diventato enorme ormai
e di quanti piani c’è bisogno e quanto denaro si spende
per tentare di correggerlo. Guarda l’ora,
le undici e mezza di un giorno lavorativo
da cui tutti questi son stati scuciti via; guarda,
mentre salgono al piano che gli è toccato in sorte,
come i loro volti vagano dall’uno all’altro, curiosi;
nel frattempo qualcuno in carrozzella è stato portato via,
in cappe da corsia lise e stinte: anche loro lo vedono.
Sono tranquilli. Rendersi conto di questa nuova impresa
sostenuta assieme gli dà quiete, perché oltre queste porte
ci sono delle stanze, e poi altre stanze, e altre stanze ancora,

ciascuna sempre più lontana e da cui è sempre più difficile
far ritorno; e chissà quale mai vedrà, e quando? Per il momento,
aspetta, guarda giù nel cortile. L’esterno sembra piuttosto vecchio:
mattoni rossi, tubature rivestite d’isolante e qualcuno che cammina,
libero, fino al parcheggio. Poi, oltre il cancello, traffico;
una chiesa dalla porta serrata; strade brevi con case a schiera
dove dei bambini intrecciano giochi con il gesso e delle ragazze

dai capelli messinpiega vanno a ritirare i loro abiti alla lavanderia
– O mondo, i tuoi amori, le tue occasioni sono, da qui,
al di là della portata di ogni mano! Un irreale,
commovente sogno dal quale, cullati dolcemente insieme,
ci si risveglia poi ognuno per proprio conto.
Lambiccamenti vani e l’abbraccio dell’ignoranza congelano
il corso della vita e crollano soltanto

quando siamo chiamati a questi corridoi (ecco che, di nuovo,
l’infermiera ci fa cenno – ). Ognuno si alza e se ne va.
Alcuni saranno fuori verso mezzogiorno o le quattro;
altri, ignari, sono venuti per unirsi alle congregazioni
che, nascoste alla vista, stanno, in bianche file,
separate in alto – donne, uomini;
vecchi, giovani; rozze facce dell’unica moneta

in corso qui. Lo sanno tutti che stanno per morire.
Non ancora, forse non qui, ma alla fine,
e in qualche luogo come questo. Ecco il senso
della rupe che così netta si staglia; una lotta per trascendere
il pensiero del morire: a meno che i suoi poteri
non superino in altezza le cattedrali,
niente s’oppone infatti alla tenebra incombente

– eppure ogni sera continuano a provarci in tanti
con fiori deboli, propiziatori, devastanti.

[da Finestre alte, trad. di Enrico Testa, Torino: Einaudi, 2002, pp. 35-39]

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