#109 – Alicia OSTRIKER

LA SALA D’ASPETTO

Noi signore nella sala d’aspetto dell’Atchely Pavilion
del Columbia Presbyterian Medical Center
con un età che va dall’inizio dei trenta ai sessanta.
Indossiamo i nostri tweed, i nostri anelli. Il tappeto è beige.

Beige i muri, beige i soffitti insonorizzati, beige i sofà che ci circondano.
Il disegno geometrico di un divisorio in ferro battuto, per separare
la zona d’accoglienza da quella d’attesa,
per suggerire, con delicatezza, che sterilità significa pace.

Fuori, la giornata è lucente, ventosa e gelida.
Siamo venute attraverso questa stagione, ma adesso non esiste.
Pensiamo ai nostri seni e alle nostre cervici.
Ci guardiamo l’un l’altra di sfuggita, riparando le palpebre.

Mi chiedo quale potrebbe essere un modo pienamente
umano di esprimere le nostre paure, queste paure del tradimento
dei nostri corpi. Come facciamo affidamento su questa macchina di carne:
più cara degli amici, degli amanti, dei nostri stessi pensieri

può essere, essa è leale con noi. Il fatto che possa senza avviso
ribellarsi sembra intollerabile, una rivolta di schiavi di casa
che sono sempre appartenuti alla famiglia e hanno adempiuto
alle loro mansioni con discrezione, sin da quando siamo nati.

Forse ci dovremmo vestire in modo meno costoso
e non nascondere così bene lo scheletro. Forse
dovremmo sederci più vicine, signore,
su divani disposti in circolo, rivestiti

di un qualche colore intenso. Forse dovremmo sederci per terra.
Potrebbero avere della musica per noi. Una danzatrice
potrebbe esibirsi, al centro del circolo. Che cosa dovrebbe fare?
Farebbe finta di strapparsi i seni dal corpo?

Da dietro un muro, sentiamo una voce femminile
che urla. Semplicemente urla. Una persona
nella sala d’aspetto si è voltata. Le sue ciglia finte
nero fumo si sono spalancate.

Dopo pochi minuti l’urlare è cessato
e la donna con le ciglia finte (vedo che è molto
carina, con lunghi capelli neri, una camicetta bianca con vivaci
disegni tropicali sulle maniche) ha acceso una sigaretta.

[in Nuovi poeti americani, traduzione di Elisa Biagini, Torino: Einaudi, 2006, pp. 211-213]

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