#109/2 – Alicia OSTRIKER

LA CLASSE

Diciamo cose in questa classe. Tipo perché fa male.
Ma quello che dicono fuori dalla classe è diverso; peggiore.
L’insegnante sente storie dalla zona dei combattimenti
dove i ragazzini vivono, reclutati alla nascita,
in case dinamitate. Come tutti gli arruolati,
hanno un lavoro, la sopravvivenza,
e si permettono qualche battuta.
Come mio padre si dà al bere…
e mia madre
. Nel mio ufficio un divano,
libri, stampe, disordine sul tavolo.
Tutto pagato, scelto, loro lo sanno.
Mi sono iscritta a un programma di riabilitazione dalla droga
o Lo so che sono anoressica o Quel figlio di puttana
mi ha violentata per anni e adesso
sono così spaventata per la mia sorellina
ma lei si rifiuta di parlare con me
.
I loro occhi nervosi scivolano sulle poesie stampate
che gli do, ma niente resta davvero –
lo studente nero dilaniato dalla sua lealtà
la cui spacconeria si rompe come una stringa
per l’insulto dell’uomo delle pulizie, fottuto Oreo*.
Il batterista omosessuale che batte
una melodia sul ginocchio, agitando le sopracciglia alla Groucho.
Ehi, devi conoscere presto la mia mamma,
perché quando glielo dico, le verrà un colpo
.
Abuso, tentato suicidio, incesto,
pazzia, queste sono storie comuni,
questo è combattimento strada per strada
eppure questi ragazzini sono privilegiati.
Mangiano.
Hanno i loro letti, e vanno al college.
Il lavoro dell’insegnante è dare loro il permesso
di convogliare il dolore in linguaggio, di insistere
che i critici sbagliano, che gli altri professori sbagliano
loro che descrivono un’arte separabile dalla bruttura,
dalla marcia vita. Devi
assolutamente, devi scriverlo. Cosa diavolo
pensi che abbia fatto Emily, e Walt, e Hart,
e Bill, e Sylvia. Scrivi per te stesso,
scrivi per quelli che sono ridotti al silenzio,
scrivi di ciò che ti fa aver paura di scrivere.
L’insegnante odia il lavoro. Le piacerebbe rendere
l’aula una tappa in un pellegrinaggio,
la poesia stessa un luogo sicuro
tra schiavitù e libertà.
Dal momento che è impossibile,
dal momento che “libertà” è un’altra parola
come “piede” e “caviglia” per un amputato,
l’insegnante li aiuta a discendere all’inferno,
dove lei non li può raggiungere, dove i libri sono cenere,
dove il linguaggio sono geroglifici scolpiti su muri
trasudanti melma, che dovranno cercare con la mano
nella bruma fumante, mentre la frusta gli spezza le schiene.
Scriveranno di questo, o niente.
Contro ogni evidenza, l’insegnante crede che
la poesia guarisca, o riscatti la sofferenza,
se riusciamo a entrare nella sua casa di giustizia.
Forse non è il poeta che è guarito,
ma qualcun altro, anni dopo.
L’insegnante dice a se stessa che la verità è potente.
Grande è la verità, e forte su tutte le cose.
Anche se non lo direbbe mai in classe.

[in Nuovi poeti americani, traduzione di Elisa Biagini, Torino: Einaudi, 2006, pp. 227-229]
*Gli “Oreo” sono biscotti di cioccolata e vaniglia: dal loro aspetto bicolore l’insulto per gli afroamericani di pelle chiara [NdT].

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...