#117/1 – Tiziano FRATUS

LA VOLPE ROSSA 

Alcuni gemiti hanno destato la materia assopita nel buio 
della notte alpina, angoli acuti si sono appoggiati l’uno 
contro gli altri fino a raggiungere queste orecchie mai troppo 
disposte alla confessione: un ultimo guaito ha venato il vuoto 
compatto che orla le stanze, i piedi, scalzi, poggiano sul marmo 

infreddolito, per rincorrersi in un’eco di passi coniugati al tempo 
imperfetto: la luce nello sgabuzzino dove stanno le ciotole per 
i gatti, quella rossa per l’acqua, una seconda rossa per l’umido, 
una doppia blu per i bocconcini, e l’ultima, ancora rossa, più 
fonda, per i croccantini: una lingua alveare aveva spazzato ogni 

superficie, prosciugando l’acqua: un gatto, il più giovane e curioso, 
pronto a leccare qualunque quadrupede gli passasse sotto i baffi, 
stava nascosto nella scatola di cartone poggiata sulla panca, il muro 
di fronte lo sgabuzzino, fra l’ingresso del bagno e la camera: ora 
tirava fuori le orecchie, poi gli occhi, sparati: un pelo rosso, sfuggito 

per caso, segnalava quel che il dubbio aveva scavato, giorno dopo 
giorno, episodio dopo episodio, settimana dopo settimana: delle volpi, 
in queste valli, si conoscono soltanto le code, intraviste furtivamente 
la notte a lato di qualche strada dai fari delle automobili: ogni tanto 
una gallina è ritrovata morta e predata, ai piedi di una staccionata 

o di una rete metallica, di quelle verdi, smaltate: due anni fa una se ne 
stava spezzata, disossigenata, allo sguardo mattiniero degli abitanti che 
transitavano sui trattori e sui camionicini, a lato della provinciale che 
fluttua accanto al torrente, sotto i serbatoi sospesi nelle torri di cemento 
degli acquedotti, per sfumare in pianura nel ventre dei piccoli paesi 

che si disperdono verso la grande città: probabilmente hanno smesso di 
mostrarsi, agli occhi degli uomini, al tempo in cui si è perso ogni scrupolo, 
agli esordi dell’era industriale, quando dietro il pretesto dell’ignoranza si 
vuotavano metalli pesanti nei corsi d’acqua, nei laghi, si ammucchiavano 
fusti radioattivi sotto terra: vestiti nuovi, più eleganti, rigorosi, da indossare 

a pelo, per l’uomo nuovo, di materiali raffinati, leggeri e compatti: 
si consumavano gli ultimi inverni spaccando il pane vecchio con l’ascia, 
o lasciando sui tetti, nel metro di neve, i corpi dei morti, aspettando 
il disgelo della primavera: le volpi saettavano libere sotto il sole e le nuvole 
rincorrendosi, inscenando atti unici di un vecchio drammaturgo di teatro nō 

[da L’uomo radice, in GRADIVA n.37/38, 2010, pp.16-17] 

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