#159/2 – Fernando PESSOA (come Álvaro de Campos)

POEMA IN LINEA RETTA 

Non ho mai conosciuto chi abbia preso legnate. 
Tutti i miei conoscenti sono stati campioni in tutto. 

Ed io, tante volte spregevole, tante volte porco, tante volte vile, 
io tante volte innegabilmente parassita, 
inescusabilmente sudicio, 
io, che tante volte non ho avuto pazienza di fare il bagno, 
io, che tante volte sono stato ridicolo, assurdo, 
che ho involto pubblicamente i piedi nei tappeti dell’etichetta, 
che sono stato grottesco, meschino, sottomesso e arrogante, 
che ho patito oltraggi e taciuto, 
che, quando non ho taciuto, sono stato più ridicolo ancora; 
io, che sono riuscito comico alle cameriere d’albergo, 
io, che ho sentito lo strizzar d’occhi dei facchini, 
io, che ho commesso vergogne finanziarie, chiesto prestiti senza pagarli, 
io, che quando venne l’ora del cazzotto, mi sono rintanato 
fuori della sua portata; 
io, che ho sofferto l’angoscia delle piccole cose ridicole, 
io verifico che non ho uguali in tutto ciò in questo mondo. 

Tutta la gente che conosco e che parla con me 
non ebbe mai un gesto ridicolo, non patì mai oltraggio, 
non fu mai se non principe – tutti prìncipi – nella vita… 

Volesse il cielo che udissi da qualcuno la voce umana 
che confessasse non un peccato, ma un’infamia; 
che raccontasse, non una violenza, ma una viltà! 
No, sono tutti l’Ideale, se li odo e mi parlano. 
Chi c’è in questo vasto mondo che mi confessi che una volta è stato vile? 
O prìncipi, miei fratelli, 

orsù, sono stufo di semidei! 
Dov’è che c’è gente nel mondo? 

Allora sono solo io vile e fallace su questa terra? 

Potranno le donne non averli amati, 
possono essere stati traditi: ma ridicoli mai! 
E io, che sono stato ridicolo senza essere stato tradito, 
come posso parlare coi miei superiori senza titubare? 
Io che sono stato vile, letteralmente vile, 
vile nel senso meschino e infame della viltà. 

[da Le poesie, Milano: Lerici Editori, 1967, pp. 465-467, trad. Luigi Panarese]

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