#172 – Ioan Es. POP

bussiamo alla porta perché ci aprano perché

ci lascino uscire, ma dall’altra parte non ci sentono e
bussano anche loro alla porta perché gli si apra perché escano
e quando si apre incontriamo noi stessi
ma non ci badiamo e diciamo vogliamo uscire
e loro dicono vogliamo entrate, non prendete con voi la porta
o non avremo cosa aprire all’uscita,
rimarrà un vuoto nel muro,
non avremo da dove uscire.

*

in questa solitudine in cui d’inverno non ho più

il coraggio di accendere il fuoco nella stufa perché la stufa
fa più fumo che fuoco

in questa felicità provvisoria da
novembre a marzo
come ieri so che domani non sarà altro domani che
il solito oggi e oggi e oggi e oggi tutto il tempo
e oggi per oggi non si può fare granché.

è giusto, in questa solitudine non qualsiasi uomo solo
durerebbe a lungo. eppure c’è
una gran quantità di sciocchezze che bisogna onorare:
il desiderio di essere ad ogni costo
l’impotenza di amare ancora anche
il giorno di ieri.

*

12 ottobre 1992

torno a casa dopo anni e anni di cammino per bucarest
e torno con una sporta vuota in mano
e si affaccia lei sulla soglia e mi dice ma
nostro caro, pare dicessi che andavi a far soldi,
pare dicessi che in due anni tu guadagnerai quanto gli altri in quattro
e guarda ora non porti niente.

beh ecco, cari, proprio niente ho guadagnato.
e porto a casa così tanto niente come non ha potuto accumularne
nessuno in questi due anni.
non ho potuto nemmeno trasportarlo da solo tutto
il niente che ho guadagnato.

dietro di me arrivano carri stracolmi di niente,
quasi schiantati dal peso.
quando si scaricheranno nel nostro cortile,
nessuno avrà tanto niente come noi.

tra un anno o due sarà più ricercato dell’oro.
lo venderemo solo al prezzo più alto.
statene certi, cari, tanto niente non ce l’ha nessuno.
per due anni non ho fatto che metterlo insieme pensando solo a voi.

[da Un giorno ci svegliamo vivi, Valigie Rosse, 2016, trad. Clara Mitola]
tramite Nazione Indiana

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