#174 – Natalie DIAZ

MANHATTAN È UNA PAROLA IN LENAPE

dall’Hotel ACE, Midtown Manhattan 

È dicembre, dobbiamo avere coraggio.

La rosa di luce dell’ambulanza
fiorisce contro la finestra.
Il monotono grido della sirena: Aiutami.
Un’ombra rosso seta che si muove come acqua
attraverso il frutteto della sua coscia.
Ed eccola – leone nella verde notte.
Ne addormento le api con la mia bocca di fumo,
traggo miele con le mani addolcite
dallo scuro alveare del suo petto.
Dal divoratore io divoro. Significa:
Lei è mia, colonia.

Le cose che conosco non sono sempre facili:
sono l’unica Nativa Americana
all’ottavo piano di questo hotel, o di qualunque altro,
l’unica che guardi fuori da una qualche finestra
di un palazzo fine secolo a Manhattan. Manhattan 
è una parola in Lenape.
Anche un orologio ha bisogno d’essere caricato.
Come può un secolo finire, o un cuore volgersi ad altro,
se non c’è mai nessuno che domanda: Dove sono andati
tutti i Nativi?
Se tu sei dove sei, dov’è chi non è qui?
Non qui. Ecco perché in questa città
ho molte amanti.
Tutti i miei amori sono di compensazione.

Cos’è la solitudine se non un’inimmaginabile
luce, misurata in lumen?
Una bolletta elettrica ancora da pagare,
un taxi che galleggia lungo tre corsie
con l’insegna accesa, oro
còlto nell’atto del desiderare.
Alle due del mattino, ognuno a New York City
è vuoto e in cerca di qualcuno.

Ancora quell’ampio tono di sirena:
Aiutami. Significa: Ho un dono ed è il mio corpo,
creato per due mani, di dèi e bronzo.

Dice: mi fai sentire
come un fulmine. Dico: mai e poi mai
vorrei farti sentire così bianca.
Troppo tardi – non smetto di guardarle le ossa.
Conto i carpi, i metacarpi
della sua mano mentre lei mi è dentro.
Un osso, il semilunare, deve il nome
al suo profilo crescente – lunatus, luna.
Certe notti lei mi sorge dentro così,
come un tormento – un lento flusso luminoso.
La luna fa un cenno al solitario
coyote errante sulla ventinovesima ovest
offrendogli il suo lungo polso di luce.
Il coyote risponde sollevando la testa
e ululando alle stelle.

Da qualche parte, lontano da New York,
un drone americano localizza
e ama un corpo – il nettare splendente che cercava
attraverso la grande oscurità – ne fa
una candela segnatempo, e delicatamente
lo brucia per interoun tocco di America,
un calore insopportabile.

Il canto di sirena torna in me.
Lo canto alla sua gola: Sono
quello che amo? È questo il mondo scintillante
che imploravo di avere?

___

Note:
I Lenape (chiamati Delaware dagli Europei) abitavano una regione più o meno corrispondente all’odierna Pennsylvania.
vv. 7-11: il riferimento è all’episodio biblico di Sansone e il leone (Giudici, 14, 5-14)

[su Lenny – Poetry Issue n. 2 – traduzione mia]

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