#175 – Anne SEXTON

DISSE IL POETA ALL’ANALISTA 

Il mio lavoro sono le parole. Le parole sono come etichette,
o monete, o meglio, come uno sciame di api.
Confesso che solo l’origine delle cose mi turba;
quasi che le parole si potessero contare come api morte in soffitta,
divelte dei loro occhi gialli e delle ali rinsecchite.
Sempre dimentico come una parola sia capace di evocarne un’altra, plasmarne un’altra, finché ho
qualcosa che avrei potuto dire…
ma non ho detto.

Il tuo lavoro è controllare le mie parole. Ma io
non lascio trapelare nulla. Lavoro al meglio, per esempio,
quando riesco a scrivere un elogio alla slot-machine,
di quella notte in Nevada: raccontare come il magico premio
arrivò con tre campanelle tintinnanti, sullo schermo fortunato.
Ma se tu dicessi che questo è qualcosa che non esiste,
allora mi sentirei debole, ricordando come le mie mani mi sembravano strane
e ridicole e colme di tutti
quei soldi veri.

[da A Bedlam con parziale ritorno, 1960; in “Poesia” 311/2016, p. 7, trad. Cristina Gamberi]

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