#180 – Pilar SASTRE TARDUCHY

Invisibilità, esilio per l’artificio
contorto di un sistema di galanteria e
deferenza politico familiare.

Ci sono pozzanghere, lagune, laghi
e lacrime diseredate da una luce
cupa alla nascita
che non ci appartiene né è desiderata.

Una vita lunga, i capelli ormai bianchi,
eppure scopriamo di sapere
meno e di non comprendere nulla.

Il linguaggio, le parole, sono piene
di scale e intenti,
e le emozioni si perdono disorientate
per le strade in cerca della nostra stella.

Parliamo e non ascoltiamo, solo un
ascolto vuoto senza pelle, colmo di sfumature
che esortano manipolazione e coercizione,
per trascinare e falciare il cuore
che è sempre lì a dare, senza chiedere.

Quell’incontro ancora una volta, di fronte
allo specchio del cielo aperto,
accerta che la morte più dura è

in vita, senza sapere né intendere quella invisibilità,
e non nella morte fisica che già di per sé
significa il riposo da tanto vuoto.

[inedito, trad. Gabriella De Fina – su Atelier Poesia]

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